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Monte Ararat: il simbolo nazionale dall’altra parte del confine — Armenia, parte I

Di ritorno dal viaggio in Uzbekistan, diversi anni fa, mi trovavo sul treno Roma-Napoli, diretto a casa, quando un tizio vestito in maniera impeccabile iniziò dal nulla a parlarmi della Bibbia. Come poteva non trattarsi di un testimone di Geova? Ormai, quando qualcuno attacca a parlarmi di Dio senza alcun preavviso, il pensiero corre subito a loro.

Con una saccenza smisurata, ci teneva a spiegarmi che lo scioglimento dei ghiacciai avrebbe contribuito a svelare, sul Monte Ararat, i resti della famigerata arca di Noè e che l’Armageddon sarebbe ormai alle porte. Mi disse chiaramente che, se avessi voluto salvarmi, avrei dovuto affidarmi a loro.

Nel 1982 Franco Battiato pubblica L’arca di Noè, un album la cui copertina ritrae il maestoso Ararat. Tra i brani c’è La torre, in cui Battiato elenca cose e persone che vorrebbe buttare giù dalla torre nel giorno del giudizio. D’accordissimo nel buttare giù artisti, teatranti, registi ed elettrodomestici, avrei voluto aggiungere alla lunga lista proprio loro, i testimoni di Geova. Non fosse per quella spocchiosa arroganza con cui parlano di Dio, ritenendosi suoi intermediari.

A infastidirmi, in fondo, non è tanto che qualcuno creda in Dio, quanto la pretesa di conoscere una verità assoluta e di indicarla agli altri come l’unica via possibile. Ma sarebbe troppo semplice liquidare la religione soltanto come uno strumento di imposizione. Il suo significato cambia a seconda del contesto storico e culturale: può diventare un mezzo per esercitare il potere sugli altri, ma anche un elemento di appartenenza e resistenza. Me ne sarei reso conto durante il mio viaggio in Armenia, qualche anno dopo.


Il 27 maggio 2025 ero a Erevan, intento a salire la scalinata del Cascade Complex per ammirare il leggendario Ararat, simbolo nazionale e spirituale dell’Armenia, oggi in territorio turco.

Arrivato in cima, lo vidi avvolto da una fitta foschia. Il paesaggio appariva etereo e mi chiedevo come un popolo potesse convivere con l’impossibilità di raggiungere liberamente una montagna che, per molti armeni, rappresenta molto più di un elemento del paesaggio: è un simbolo della propria storia e identità.

Ci si affanna spesso, talvolta infantilmente, a rivendicare chi sia arrivato prima su una determinata terra, come se la storia potesse legittimare automaticamente le pretese territoriali del presente. Ma il rapporto tra memoria storica, giustizia e sovranità è assai più complesso.

C’è una tragedia che rende impossibile affrontare il rapporto tra Armenia e Turchia ignorando il passato: il genocidio armeno. A partire dal 1915, nell’Impero ottomano, le deportazioni, i massacri e le persecuzioni provocarono la morte di circa un milione e mezzo di armeni, secondo le stime più diffuse. Un’intera popolazione venne dispersa, privata delle proprie case e, in moltissimi casi, della possibilità di tornare nei luoghi in cui aveva vissuto per secoli.

Pensando a questa storia, mi pongo una domanda: come può una tragedia di queste proporzioni non tradursi anche in forme concrete di riparazione per chi ne ha subito le conseguenze? E perché i territori dell’Anatolia orientale, storicamente abitati dagli armeni e oggi compresi nella Turchia, non sono mai tornati sotto sovranità armena? Una parte di queste terre è spesso indicata come Armenia occidentale e comprende anche l’area del Monte Ararat.

La risposta non è semplice. Il riconoscimento del genocidio, l’accertamento delle responsabilità storiche, le eventuali riparazioni e la sovranità territoriale sono questioni distinte. A queste si aggiungono gli equilibri militari e diplomatici e le decisioni che, nel corso del Novecento, hanno contribuito a definire i confini della regione.

La Repubblica d’Armenia contemporanea è nata nel 1991, con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, entro i confini della precedente repubblica sovietica. I territori storicamente abitati dagli armeni in Anatolia sono invece rimasti sotto sovranità turca.

Anche la diaspora armena, diffusa in numerosi Paesi, ha contribuito a mantenere viva la memoria del genocidio e a promuoverne il riconoscimento internazionale. Ma la memoria storica, per quanto fondamentale, non basta a modificare gli equilibri territoriali. C’è un’altra componente decisiva: il potere.

Era proprio il potere uno dei concetti su cui Liana, la mia guida, tornava spesso. Ne parlavamo durante le giornate trascorse a visitare i villaggi più remoti del Caucaso e nelle conversazioni serali, quando ci concedevamo il classico caffè prima di salutarci.

Liana portava con sé una storia familiare segnata dal genocidio: suo nonno era stato ucciso. Aveva inoltre vissuto gli anni del dominio sovietico e ci teneva a sottolineare quello che, secondo lei, era stato uno degli elementi fondamentali per la sopravvivenza del suo amato Paese: la religione.

Mi spiegava che gli armeni appartengono in larga maggioranza alla Chiesa apostolica, una delle più antiche Chiese cristiane al mondo. Nel corso dei secoli, questa ha svolto un ruolo fondamentale nella conservazione della lingua, della cultura e della memoria collettiva, contribuendo a mantenere un senso di continuità nazionale anche quando il popolo armeno era diviso tra imperi.

Nemmeno il dominio sovietico riuscì a cancellare completamente questa eredità. L’Unione Sovietica promosse l’ateismo di Stato e limitò le attività religiose, sebbene le politiche nei confronti delle comunità religiose siano cambiate nel corso dei decenni. La fede, tuttavia, non scomparve. Con la dissoluzione dell’URSS, nel 1991, la Chiesa apostolica armena recuperò una maggiore visibilità pubblica e tornò a occupare una posizione di rilievo nella vita nazionale.

Liana era convinta che, senza la religione, l’Armenia probabilmente non sarebbe più esistita.

Cominciavo a comprendere il suo punto di vista. Per molti armeni, la fede non è soltanto una convinzione personale, ma un legame con le generazioni precedenti e una componente dell’identità collettiva. In un Paese segnato da invasioni, persecuzioni e dispersioni, la Chiesa ha rappresentato un punto di riferimento culturale, capace di preservare un senso di appartenenza anche di fronte alle minacce esterne.

Il mio rapporto con la religione era diverso. Eppure, ascoltando Liana, mi rendevo conto di quanto fosse riduttivo considerarla soltanto una questione privata o uno strumento di potere. In determinati contesti storici, può diventare anche un mezzo attraverso cui una comunità conserva la propria memoria e resiste alla perdita della propria identità.

Forse è proprio questa una delle cose che più mi hanno colpito dell’Armenia: la capacità di resistere e sopravvivere. Una resistenza che, nel mio immaginario, finisce per incarnarsi nell’Ararat.

Ripenso alla foschia che, dalla cima della Cascata, mi aveva impedito di vedere chiaramente la montagna. E mi domando se il suo significato non risieda anche in questa distanza. L’Ararat non deve essere raggiunto o posseduto per continuare a occupare un posto centrale nell’immaginario armeno. La sua presenza oltre il confine non cancella il legame con la storia di questo popolo; semmai, lo rende ancora più evidente.

È questo il paradosso che mi ha colpito: qualcosa che non si può possedere continua a esercitare una forza profonda sull’identità di un popolo. Probabilmente è proprio questa distanza, insieme alla sua inaccessibilità e all’incantamento spirituale che ancora suscita, a rendere l’Ararat un simbolo così potente, ben oltre la sua dimensione geografica.

(Continua…)

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