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Georgia: forme di resistenza ai piedi del Caucaso

Questioni etniche, territori contesi e techno politica dei club di Tbilisi

Kutaisi

Arrivammo a Kutaisi, in Georgia, con un volo diretto da Roma, a notte inoltrata, il 3 novembre del 2023, io e il mio socio di spedizioni Pasquale, affetto anch’egli da Ruinlust, ovvero dalla fascinazione per le rovine, i luoghi abbandonati e le zone ai margini. Ci accorgemmo fin da subito di una cosa: in questa cittadina di più di centomila abitanti, a quell’ora, gli unici a camminare per strada eravamo noi. Non c’era nessuno, se non un branco di cani randagi a farci da scorta.

Camminavamo per le vie isolate, talvolta anche al centro della strada. Due colonne, sulle quali vi era una scritta ACAB, introducevano un parco nel quale c’erano alcuni memoriali sovietici. Di tanto in tanto, la nostra attenzione veniva attirata da qualche auto modificata, il cui proprietario, con delle casse clamorose, sfoderava la propria mascolinità anni ’90 con una musica terribile.

Ci fiondammo in un localino che, all’apparenza, non era neanche tanto male: si scendeva in una sorta di scantinato e il tutto era in pietra. Tuttavia, l’apparenza ci ingannò clamorosamente.

Oltre al fatto che eravamo completamente soli, la musica scelta da uno pseudo-DJ locale faceva letteralmente cagare. Ci bevemmo un paio di birre ascoltando i Måneskin e altre porcherie del genere; per loro era come se fosse qualcosa di alternativo, per noi la peggio musica mai ascoltata prima.

Fuggimmo non solo per i Måneskin e per il viaggio, che ci aveva completamente stremato; fuggimmo perché il giorno dopo ci sarebbero toccati qualche centinaio di chilometri per addentrarci in una delle regioni più complesse della Georgia, ovvero la Cachezia.

Kutaisi – Ruispiri

Il mattino successivo ci mettemmo alla ricerca di un modo per arrivare in quella regione sperduta, dove avremmo dovuto pernottare una notte perché avevamo in programma una degustazione di vini georgiani, e non perché la Farnesina avesse emesso un avviso che sconsigliava di recarsi in quella zona per via del possibile rischio di rapimenti e atti terroristici legato alla vicinanza con la Cecenia e al Daghestan.

Prima, però, trovammo un posto per la colazione.

Nell’esatto momento in cui entravamo nel caffè, sentimmo degli spari. Dei colpi di pistola, diversi. D’istinto mi abbassai con il corpo mentre alzai la testa per capire cosa stesse succedendo. Mi girai: fuori da un’auto c’era un braccio con una pistola impugnata, mentre qualcuno premeva come un forsennato il grilletto.

No, non era un attentato né un regolamento di conti: semplicemente si stava celebrando l’amore. Un matrimonio. Un matrimonio alla georgiana.

Fu in quel momento che iniziammo a capire che il posto in cui eravamo non era la classica meta turistica europea. Guardai il mio socio di spedizioni e sorridemmo, come a dire: «Ma dove cazzo siamo finiti?».

Tuttavia, il caffè contribuì a distaccarci da quella situazione di stupore. Entrammo. Al bancone c’era una ragazza con una bandana sul capo che non sembrava affatto interessata al suo lavoro, bensì completamente assorta nella sua playlist.

Un pezzo in particolare mi attirò per il suo flusso. Lo Shazammmo: Luna Flowers & Sabana – Flower Wild. Entrò di diritto nella mia playlist da quel giorno. Ancora oggi lo ascolto volentieri: una sorta di checkpoint che mi riporta a quei giorni, a quelle immagini, a quei colori, a quegli spari.

Uscimmo dal locale e decidemmo di prendere un Bolt, nonostante i tantissimi chilometri da fare. Sull’applicazione, vedendo il costo, ci sembrò molto conveniente. Così prenotammo.

Arrivò un russo con una macchina sgangherata, con la guida a destra. Ma quando vide la destinazione, rifiutò, a meno che non ci fosse stato un sovrapprezzo. Noi rifiutammo, non tanto per il sovrapprezzo, quanto per l’auto completamente disastrata.

Ne chiamammo un altro. Arrivò un ragazzo, poco più giovane di noi, il quale ci chiese anch’egli un sovrapprezzo; un compromesso che accettammo perché ci sembrò molto rassicurante.

Partimmo alla volta di Ruispiri, nella regione della Cachezia, non lontano dal confine con la Russia.

Eravamo nei pressi di Gori. Bidzina, il nostro driver, iniziò a parlarci del fatto che fosse originario di quella città e che nel 2008, durante la guerra russo-georgiana, ricordasse molto bene l’invasione russa.

Sentirlo parlare di quell’argomento mi raggelò. Non indagammo più di tanto nel sentire le ragioni dei russi o quelle dei georgiani: semplicemente ascoltammo, in religioso silenzio e con il massimo rispetto; quel ragazzo stava raccontando uno dei periodi più brutti della sua infanzia o, presumibilmente, della sua intera vita.

Percorrevamo la E60, un’arteria stradale in piena fase di ampliamento da parte di numerose imprese cinesi. Bidzina ci diceva che, con la guerra in Ucraina e quella in Israele, la Georgia sarebbe diventata un crocevia importante per il transito delle merci tra Oriente e Occidente; motivo per cui i lavori che si stavano sviluppando lungo il percorso erano innumerevoli.

Dopo circa un’ora, sempre il nostro driver ci indicò con la mano di guardare fuori dal finestrino. Eravamo in un punto molto ravvicinato alla regione separatista dell’Ossezia del Sud. Ci indicò quella che riteneva essere una base militare russa.

Era incredibile pensare che, a poche centinaia di metri da quella strada così trafficata, ci fosse una base militare russa, in quello che de facto resta a tutti gli effetti territorio georgiano. Un modus operandi che si riflette nel Donbass, in Transnistria e nelle comunità russofone dei paesi baltici. Una volontà di protezione che, per quanto mi riguarda, nasconde illegittime occupazioni territoriali e pressioni su governi attraverso la minaccia dell’uso della forza.

Terminò finalmente il fiancheggiamento dell’Ossezia del Sud. Ci stavamo addentrando nella Cachezia, nel territorio di Telavi. Più a nord-est, oltre Telavi e verso Akhmeta, si trovava la valle di Pankisi, abitata soprattutto dai Kisti, una popolazione vainakha strettamente imparentata con i Ceceni e la cui storia è stata a lungo intrecciata alle vicende delle guerre cecene.

Proseguimmo verso Ruispiri, abbandonando progressivamente le strade principali. I villaggi iniziarono a essere tutti rurali, con costruzioni improvvisate e strade asfaltate che si alternavano allo sterrato.

«Welcome to Cachezia», ci disse Bidzina.

Dopo tanto peregrinare, arrivammo in questo piccolo villaggio georgiano di tradizione cristiano-ortodossa, Ruispiri, confinante con Karajala, abitato prevalentemente da azeri e a maggioranza musulmana. Due comunità differenti, a pochi passi l’una dall’altra.

La nostra destinazione era una cantina dove avremmo anche pernottato. Non c’era praticamente nulla nei dintorni; qualora qualcuno ci avesse ammazzato, nessuno avrebbe saputo nulla di noi. Anche perché non avevamo avuto la premura di registrare il viaggio alla Farnesina, la stessa che aveva emesso diversi avvisi sconsigliando di recarsi in quella regione.

Un luogo completamente isolato ai piedi del Caucaso.

Ci accolse una donna, giovane, bionda e sporca di terra fino al collo, la quale ci introdusse in quel luogo così strano.

Tutto era ricavato da materiali riciclati, ci tenne a precisare. Ce ne accorgemmo fin da subito, quando entrammo nella casa. I muri erano costituiti da lastre di qualche vecchio materiale, ricoperte di vernice; una stufa improvvisata ci avrebbe dovuto scaldare in quella gelida notte di novembre, ma le pareti lasciavano passare qualsiasi cosa: il freddo, gli spifferi e persino i rumori. Da qualche parte, proprio sopra o accanto alla nostra stanza, c’era un nido di uccelli. Li sentivamo muoversi e rumoreggiare continuamente.

Malgrado tutte queste condizioni avverse, ciò che contribuì a ribaltare la bilancia in nostro favore fu essenzialmente il motivo per cui eravamo lì, ovvero il vino georgiano, uno dei più antichi del mondo.

Non ero, all’epoca, e non sono oggi un esperto in materia; ma chiunque sarebbe riuscito a percepire il gusto eccezionale di quel vino biodinamico.

Un’esperienza impressionante che, in qualche modo, riuscì a sollevarci e a farci dimenticare di essere circondati da guerre congelate, quinte colonne, terroristi e separatisti.

Un’esperienza mistica.

Una sbronza che il giorno dopo non causò neanche un piccolo mal di testa.

Ruispiri – Tbilisi

Mi svegliai di primo mattino.

Fu, per me, uno spettacolo affacciarmi e vedere i monti del Caucaso innevati, confine naturale con quegli iracondi soggetti federali della Russia caucasica che solo il signor Vladimir Vladimirovič Putin, chissà seguendo quale compromesso, è riuscito a quietare.

Parlo degli Ingusci, deportati in massa da Stalin nel 1944 e costretti a vivere per anni in esilio in Asia centrale; parlo degli Osseti dell’Ossezia del Nord, il cui territorio è stato segnato anche dalla strage di Beslan, dove nel 2004 una presa di ostaggi in una scuola si concluse con la morte di 334 persone, tra cui 186 bambini. Tra gli attentatori vi erano sia ceceni sia ingusci, appartenenti a un commando legato all’insurrezione cecena per l’indipendenza; parlo del conflitto del 1992 tra Ingusci e Osseti, le cui conseguenze territoriali e umane non sono mai state completamente risolte; dei Ceceni, la cui storia è fin troppo nota; per finire con il Daghestan, una repubblica dalla pluralità etnica e linguistica impressionante, dove gli equilibri sono molto ma molto fragili.

Parliamo di territori molto complessi.

Con un taxi ci spostammo a Telavi, città dalla quale prendemmo una marshrutka diretta a Tbilisi, piena zeppa di babushke e con all’interno un odore anni ’80/’90 che ci stravolse completamente l’olfatto.

Arrivammo nella capitale dopo un viaggio fatto su una strada completamente raschiata per via dei lavori in corso.

Nella capitale tutto ci sembrò differente.

L’islam, i Ceceni, i Kisti, gli Azeri… tutto sparito, o meglio: tutto apparentemente omologato.

Prendemmo il solito e comodo Bolt per spostarci. Il ragazzo che guidava, con una USB collegata allo stereo, spingeva un rap in lingua georgiana molto underground, che provai a Shazammare ma senza risultati.

Tbilisi

La scena techno di Tbilisi non è solo assumere MDMA e ballare fino alle dieci di mattina; è anche una forma di espressione politica, è militanza, è partecipazione a un rito che abbraccia persone che aspirano a una libertà che le forze politiche filorusse tendono a limitare.

E loro lo sanno meglio di chiunque altro.

Il Bassiani e il KHIDI non sono semplici club: sono diventati luoghi simbolici di una parte della società georgiana che si oppone al conservatorismo, all’autoritarismo e all’influenza politica russa.

Nel maggio del 2018, la polizia fece irruzione al Bassiani e al Café Gallery nell’ambito di un’operazione antidroga. La risposta fu enorme. Migliaia di persone si radunarono davanti al Parlamento per protestare.

Da lì nacque lo slogan: «We Dance Together, We Fight Together».

Quella sera volevamo partecipare anche noi a quei moti carbonari. Volevamo percepire ciò che rende unica la scena georgiana, ovvero quel tema politico comune fatto di progressismo, Europa e libertà individuale.

Ci dirigemmo al Bassiani, che si trovava praticamente sotto lo stadio di Tbilisi. Venimmo respinti.

Poi tentammo al KHIDI, un posto molto particolare, praticamente sotto un ponte.

Riuscimmo a entrare.

Passarono le ore come i secondi.

Ed era già mattina.

Gli occhi delle persone lì presenti non erano occhi qualsiasi; erano occhi di chi lotta; di chi, ballando, in realtà, scuote la tavola imbandita dei potenti; erano occhi di fuoco, pupille dilatate, blocchi di cemento armato al posto dell’iride.

La musica, come un martello, rompeva i nostri tabù mentali, spalancando gli orizzonti, lasciando intravedere territori mai visti prima. Ed è questa la paura più grande che il potere nutre nei confronti degli individui: quella che essi riescano ad ampliare i confini della mente, a uscire dalla trappola, a inceppare il meccanismo, la catena di montaggio alla quale tutti noi siamo soggetti.

Tbilisi – Gori – Kutaisi

Partimmo in tarda mattinata alla volta di Gori, con la testa che rimbombava ancora in ogni emisfero, sincronizzata alla martellante serata del KHIDI.

Il tassista ci fece ascoltare i System of a Down lungo il tragitto, anche se io avrei preferito Čajkovskij. Ci teneva tanto a sottolineare il fatto che Serj Tankian fosse georgiano. Avrei voluto dirgli che anche Stalin era georgiano e che quindi non aveva senso pavoneggiarsi in quel modo citando le eccellenze, ma, come spesso accade, mi tacqui. Tuttavia fu proprio lui a menzionarcelo, poiché Gori altro non era che la città che aveva dato i natali al baffo sovietico più imponente di tutto il Novecento: Iósif Vissariónovič Džugašvili, in arte Stalin.

E noi eravamo diretti proprio lì, a vedere il museo e la dimora di uno dei dittatori più feroci della storia dell’umanità.

Arrivati nel centro città, salutammo il signor Tankian e iniziammo a girovagare. Alcuni palazzi portavano ancora i segni dei bombardamenti del 2008.

Entrammo nel museo: c’erano solo russi.

Non sapevo davvero cosa pensasse quella gente e se fosse consapevole delle malefatte di quell’uomo. C’erano persino delle scolaresche. Un via vai di gente impressionante.

Insomma, visitammo tutto il complesso e, sulla parte esterna, notammo un vagone sovietico; non capii bene se fosse proprio quello usato da Stalin oppure uno qualsiasi. Sta di fatto che ci entrammo ed era stupendo. Mi ricordò molto il treno di Strelnikov, nel Dottor Živago.

Finito tutto il nostro percorso, ci ricordammo, io e il mio socio, di dover fare altri trecento chilometri per ritornare a Kutaisi, dove la mattina seguente avremmo avuto un volo diretto verso Roma.

Dopo un’odissea infinita su come saremmo dovuti ritornare da Gori, riuscimmo a trovare un modo, che di certo non era l’autostop come ci aveva consigliato la tipa allo sportello della stazione degli autobus, ma elemosinando una corsa pagata meno della metà del prezzo indicatoci dal tassista per via del fatto che non avevamo soldi né modo per prelevarli.

Da Gori a Kutaisi, da Kutaisi in aeroporto, dove dormimmo a terra, con lo zaino a farci da cuscino.

Riflessioni personali

Incredibile pensare quanto sia complesso il mondo anche in una piccola fetta di terra come la Georgia; nessuno mai si sognerebbe di ritrovare una serie di villaggi-stato, dal Bassiani a Karajala, che in qualche modo conservano le proprie radici, le proprie origini, resistendo alle omologazioni imposte dal potere centrale.

Pasolini aveva già capito tutto, quando parlava di omologazione culturale e della resistenza che avremmo dovuto opporre nei confronti di questo potere invisibile.

Purtroppo noi europei ne siamo vittime. Abbiamo tradito la nostra lenta, quasi immobile evoluzione culturale, per farci corrompere dal capitalismo più sfrenato.

Ci hanno sostituito, addossandoci un involucro fatto di pubblicità e di menzogne, di sorrisi artificiali e di lacrime non nostre.

Ed è questo il motivo per cui amo spingermi nei margini, laddove il potere invisibile del capitalismo non riesce a intrufolarsi; dove la religione del consumo è arginata dalla potenza spirituale delle popolazioni analfabete, dalla potenza dei pastori nomadi del Kirghizistan, dalla sapienza dei vecchi mistici Sufi delle montagne uzbeke, dalla consapevolezza dello spazio dei Touareg nel deserto, dagli occhi dei bambini che la notte faticano a chiudersi e sognare per via dei bombardamenti; arginata dalla semplicità di quegli esseri umani, i cui sorrisi, privi di domande, mostrano continuamente al mondo com’è facile essere felici senza avere le scarpe allacciate.

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