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Samarcanda, lo splendore senza anima

Partito dal Kazakistan, arrivai in Uzbekistan dopo quasi due settimane, tra treni notturni, frontiere impossibili e posti completamente dimenticati da qualsiasi entità divina, con aspettative altissime per una delle città storicamente più importanti di sempre: Samarcanda. Un nodo centrale della storia eurasiatica; crocevia della Via della Seta; una città di enorme importanza nel mondo pre-marittimo.

Malgrado tutte le premesse, non potei far altro che assistere alle mie aspettative frantumarsi una dopo l’altra una volta entrato nel cuore simbolico della città: Piazza Registan. Il cuore della città, certo, ma un cuore che, almeno ai miei occhi, sembra essersi smarrito in cambio della valorizzazione commerciale della propria storia: una storia rinchiusa in una teca e messa in bella mostra a pagamento per un branco di turisti affamati di selfie e sorrisi imbarazzanti.

Tutto quel disagio creava un contrasto così forte da mettere in risalto un’unica certezza: quella che l’essere umano, ormai, non è più all’altezza del passato.

Di Piazza Registan è rimasto solo l’involucro; la spiritualità messa al servizio del capitalismo e quindi di fatto svestita di quel potere magico, attuando così facendo un meccanismo macabro volto a monetizzare anche il solo calpestare il suolo della piazza.

Infatti, anche solo per poter camminare all’interno della piazza, è necessario pagare, poiché l’area è delimitata da una recinzione. Una recinzione orripilante. Un vero disastro. Per non parlare delle vecchie celle degli studenti delle madrase, nelle quali di certo, non ho trovato questi ultimi, ma negozi di souvenir che vendevano tappeti di bassissima qualità, che nulla hanno a che vedere con quelli dai colori naturali del mio caro fratello curdo siriano Faik.

Uno scempio totale.

Mi aspettavo di vedere molto, ma invece non ho fatto altro che constatare il fatto che Piazza Registan in particolare, sia diventata purtroppo un luogo morto, desertico e tossico, più dell’Aralkum.



Mentre fuggivo da quel disastro umano, sentii un’eco familiare risuonare in una cassa Bluetooth. “Oh, oh, cavallo, oh, oh, cavallo…” Un gruppo di pensionati italiani, guidato da un tizio con una bandierina in una mano e una cassa Bluetooth nell’altra, si apprestava a visitare quella piazza così famosa, con sottofondo proprio Vecchioni.

È in questi momenti che si comprende il valore del deserto, delle zone inaccessibili del Pamir, dei 45 gradi all’ombra, della solitudine monastica; è in questi momenti che rifuggo nella mia testa, pensando alla dimensione del sacro di Katta Langar, ai linguaggi sacri, alle posture dei nomadi del deserto del Sahara, alle comunità yazide che resistono tra le montagne dell’Armenia.

Piazza Registan è un recinto per bambini adulti; le madrase non sono più luoghi di sapere, ma gonfiabili colorati di un parco giochi turistico.

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