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Katta Langar. La dimensione del sacro

24 ottobre 2024

Sto percorrendo il sentiero che porta al mausoleo di Katta Langar. Questo posto è completamente isolato dal mondo. Mi trovo nella regione meridionale dell’Uzbekistan, non lontano dal confine afghano, probabilmente a un’altitudine non indifferente considerando la temperatura non troppo in linea con il calore di Bukhara o Khiva.

Per arrivare in questa regione sconosciuta e remota dell’Uzbekistan ho avuto il piacere di assoldare un tassista privo di qualunque senso del pericolo, rischiando più volte incidenti mortali tra sorpassi azzardati e strade completamente distrutte.

Una signora mi vede mentre sto salendo i primi scalini del percorso verso il mausoleo. Mi ferma, corre a prendere il suo bambino e, sorridente come non mai, me lo mette tra le braccia senza alcun motivo apparente. Il mio disagio traspare dal volto; lei se ne accorge, ride e si riprende il bambino. Dopodiché mi dice alcune parole nel suo idioma, per me incomprensibile, e con le mani mi invita a continuare quella scalata verso questo complesso così remoto e affascinante al tempo stesso.

Qui si conserva la memoria di una tradizione sufi tra le più suggestive e appartate dell’Asia centrale. Il nome del tempio, nonostante mi sia stato ripetuto più volte, fatico ancora a ricordarlo per la complessità della pronuncia.

A metà strada incontro un uomo. Ha una barba abbastanza lunga, è anziano, probabilmente cieco da un occhio, senza denti. Mi ferma e mi chiede da dove vengo. Gli rispondo. D’improvviso mi guarda e pronuncia una sola parola, che a quanto ho capito è il fondamento stesso della religiosità sufi: amore.

Ripete quella parola all’infinito, soprattutto in italiano. Amore, amore, amore. In quel momento percepisco il rispetto e la gratuità dei sorrisi che mi vengono rivolti. Gli chiedo una foto; lui sorride ancora e guarda l’obiettivo. Il risultato è un fuoco sbagliato. Ma quello che conta è altro.

Continuo la mia salita verso il mausoleo, fino ad arrivare in cima, dove svetta questo complesso composto da diversi luoghi e spazi, circondato da una natura che sembra filtrata da una luce diversa dalla nostra.

Tolgo le scarpe ed entro nel mausoleo. Una guida improvvisata del luogo, probabilmente il custode, mi spiega qualcosa. Mi dice che il mondo sufi è vastissimo, stratificato, difficile da ridurre a poche parole. Sull’argomento sono confuso e non ho piena contezza dei fatti. Così mi limito a osservare quel mondo complesso e ad ascoltare le informazioni che ricevo, senza entrare troppo nei dettagli.

Esco fuori, rimetto le scarpe e cammino in direzione del cimitero.

La guida improvvisata, tra una lapide e l’altra, mi racconta che durante l’occupazione sovietica l’islam venne aggredito sistematicamente. La religione fu quasi rimossa dalla vita pubblica e sostituita da un’identità secolarizzata imposta dall’alto. Aggiunge che i sufi finirono tra i primi nel mirino, proprio per la loro indipendenza e autonomia culturale. Le confraternite vennero messe al bando, i maestri perseguitati. Tuttavia riuscirono a muoversi nel silenzio, in modo sotterraneo, tellurico, resistendo a quel processo di distruzione del sacro. A un certo punto si ferma davanti a una lapide di epoca sovietica e me la indica. Sulla pietra convivono il cirillico sovietico, la memoria islamica e la mezzaluna. La sua mano resta lì per qualche secondo. Non trova le parole, ma il contrasto è davanti a noi. Sembra volermelo mostrare: tutto il discorso sulla resistenza è inciso in quella pietra, in quei simboli che il regime aveva tentato di tenere fuori dalla vita pubblica ufficiale.

Finita la visita del complesso, mi avvio verso la discesa, ma vengo attirato da una voce. All’interno di una sala qualcuno biascica giaculatorie. Mi sporgo per vedere e noto un uomo anziano seduto a terra. Attorno a lui ci sono alcuni bambini. Li osservo.

L’anziano prega. I bambini sono seduti intorno a lui, attenti. Ma ciò che davvero ruba la loro attenzione, trascinandoli in una specie di mondo estatico, è la fine di ogni verso della preghiera. Dopo ogni frase, breve o lunga che sia, come se utilizzasse una punteggiatura sacra, l’uomo emette un fischio talmente armonico da lasciare i bambini incantati. Sembra quasi la simulazione di un fruscio del vento, un soffio modulato, sottile, come se la preghiera non finisse con una parola, ma con un elemento naturale. Ne resto attratto.

Il potere di quel fischio lo si capiva dal modo in cui i bambini aspettavano quel momento. Non sembravano lì soltanto per la preghiera; sembravano lì in attesa che l’anziano fischiasse. Come se dentro quel suono ci fosse un mondo, una dimensione. A ogni fischio i bambini si guardavano e sorridevano. Prova del fatto che quello era, in qualche modo, un fischio magico.

Forse la religione è questo. Il sacro è questo: trovare una dimensione laddove per altri c’è soltanto un fischio.

Decido di scendere a malincuore, anche perché il sole sta per calare. Con il traduttore chiedo al tassista di aspettarmi altri dieci minuti. Mi manca ancora da vedere la bellezza di quel villaggio, così povero, così privo di attrazioni apparenti. Non c’è una strada asfaltata; le case sono di argilla, aggrappate alla montagna. Mi addentro tra le viuzze del villaggio.

Più in alto, quasi in contrapposizione al tempio sufi, c’è una moschea. La raggiungo con qualche difficoltà. Le persone, incuriosite, mi salutano. Mi accoglie l’imam che, insieme a un uomo che lo accompagna, mi fa entrare nell’antica moschea. Sul soffitto ci tengono a mostrarmi un simbolo: una svastica. Non riescono però a spiegarmi con precisione il motivo per cui si trovi lì. Probabilmente si tratta di un motivo ornamentale antico, lontanissimo da qualsiasi riferimento moderno.

Esco dalla moschea, mi salutano con un sorriso, mi rimetto le scarpe al volo e torno indietro.

Termino il giro del villaggio, ma prima di lasciarlo definitivamente non posso non notare alcuni reperti stipati in un angolo della strada: diverse leggendarie Moskvitch sovietiche degli anni Sessanta, ormai abbandonate.

I rottami del socialismo riecheggiano ancora in molti aspetti di questa terra. Nel bene o nel male, il socialismo ha lasciato le sue impronte marchiate a fuoco sulla pelle: nell’architettura come nella povertà. Tuttavia il sacro è una corazza che puoi scalfire, ma non distruggere. Lo dimostra la forza con cui queste comunità hanno continuato a custodire le proprie credenze, il proprio rapporto con il divino e un modo di pensare la vita che nessuna ideologia è riuscita a cancellare del tutto.

Sto lasciando questo villaggio di visi umili. Mi aspetta Samarcanda, una delle capitali simboliche dell’Asia centrale. La tanto desiderata Samarcanda…






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