L’eterna lotta degli oppressi nel disordine di una mente
Nel microcosmo — per lei immenso — in cui la blatta si aggira, vi sono montagne di libri sparsi a terra, fogli con appunti su Il viale del morente osservatore e Gli uomini vuoti, attrezzatura varia: un vero e proprio mondo il cui senso reale, per colei che lo abita, sarebbe difficile da identificare, ma che essa giustifica secondo le proprie credenze.
Si aggira di notte, furtiva. Vive nelle caverne della scrivania ed esce solo quando tutto tace, nella notte più profonda. Vive nell’anonimato, camminando lungo il muro, confine naturale del suo mondo. Non conosce il motivo di quel disordine; tuttavia lo accetta e vi abita, disciplinandolo con le sue abitudini, giustificandolo con le sue convinzioni.
Malgrado la sua morbosa ossessione per il nascondersi, la blatta non sa che un elemento estraneo potrebbe da un momento all’altro mettere ordine in quel caos, distruggendo tutto il suo sapere, tutta la sua conoscenza, fino a desertificare quel mondo. Non sa nemmeno che essere vista da quell’elemento potrebbe essere la sua fine.
Una notte come le altre, la terra inizia a tremare. Un’ombra cala su di essa. Fugge, ritornando nella sua caverna. Non sa che qualcosa di più importante e pericoloso è già accaduto. Spaventata, attende. E l’indomani, quando tutto sarà di nuovo calmo, sarà pronta a uscire ancora dal suo rifugio, inconsapevole del pericolo che incombe.
Il giorno successivo, in una notte ormai profonda, mentre l’elemento estraneo sogna, la blatta riprende a orbitare in quel suo mondo.
Assiste a qualcosa di surreale.
Qualcosa di nuovo è apparso. Una piccola costruzione sconosciuta, sorta dal nulla, dalla quale proviene uno strano odore. La blatta, attratta dalla novità e soprattutto schiava del piacere olfattivo, si avvicina. Scruta quella struttura. Vi si addentra.
Al mattino, l’elemento estraneo cala lo sguardo sulla trappola, ovvero una scatola con della colla e, al centro, un’esca olfattiva per blatte. C’è lei, intrappolata. Cerca di uscire, di liberarsi da quelle catene. Muove le zampe, invischiate nella colla, tenta di trascinare il corpo fuori dalla prigione. L’elemento estraneo se ne va, lasciandola lì a marcire, con la speranza che, attraverso il suo misterioso linguaggio, possa attirare a sé altri suoi simili.
Nel frattempo, la prigioniera non smette mai di muoversi, pur sapendo che liberarsi sarà quasi impossibile.
Il giorno seguente, l’elemento estraneo torna alla trappola per vedere le condizioni della prigioniera. Con stupore, si accorge che la blatta non c’è più. Restano soltanto due delle sue gambe, spezzate, incollate lì.
Come gli schiavi ebrei trovarono salvezza dalla tirannia del faraone attraversando il deserto, anche lei, lasciando nella colla parte del proprio corpo, attraversa il deserto del pavimento, strisciando, per raggiungere la sua terra: il rifugio da cui era venuta.
Non è soltanto istinto. La blatta non è soltanto un insetto sopravvissuto alla trappola: è una creatura mutilata che sottrae al potere la sua violenta espressione.
Muore nel suo rifugio, libera dalle catene. All’elemento estraneo restano soltanto l’impotenza e la consapevolezza che anche in esseri così umili cova quel sentimento terribile che la Francia chiamò libertà.
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