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Lunga vita alla Repubblica del Karakalpakstan (Parte 2)

Cronache di una terra martoriata, prosciugata e abbandonata

Nel luglio 2022, Nukus, capitale del Karakalpakstan, fu attraversata da una rivolta contro il potere centrale uzbeko. La causa immediata furono alcune modifiche costituzionali proposte da Tashkent, che avrebbero limitato lo status autonomo della repubblica, eliminando anche il riferimento al suo diritto di secessione tramite referendum.

Le proteste vennero represse con estrema durezza. Secondo il bilancio ufficiale, morirono 21 persone e oltre 270 rimasero ferite; seguirono arresti, processi e condanne contro attivisti e manifestanti. Di fronte alla portata della mobilitazione, il governo centrale fece marcia indietro, ritirando le modifiche relative all’autonomia del Karakalpakstan e congelando, almeno temporaneamente, una potenziale frattura interna allo Stato uzbeko.

Il Karakalpakstan occupa una parte enorme dell’Uzbekistan nord-occidentale. È una repubblica autonoma, con una propria costituzione e una propria identità politica. I karakalpaki sono una popolazione turcofona, ma appartengono a un ramo linguistico diverso da quello uzbeko, più vicino al mondo kazako e nogai. La loro identità storica è legata al delta dell’Amu Darya e al lago d’Aral: un mare interno che per secoli ha nutrito pesca, villaggi, economie e immaginario collettivo, ma che oggi si è in gran parte ritirato, lasciando al suo posto il deserto tossico dell’Aralkum.


Mi trovo a Nukus. È il 20 ottobre 2024 e sono appena uscito dal Museo Savitsky, un luogo in cui Igor Savitsky riuscì a raccogliere e proteggere opere scomode per il potere sovietico: lavori dell’avanguardia russa e centroasiatica censurati, marginalizzati o incompatibili con il canone ufficiale del realismo socialista. Lo fece anche grazie all’inaccessibilità di questa città, dispersa in uno dei margini geografici più estremi dell’Asia centrale.

Sto aspettando una marshrutka pronta a portarmi a Moynaq, un tempo prospera città portuale affacciata su quello che era il lago d’Aral. In giro, nella piazza principale, c’è pochissima gente; molte auto hanno una bandiera karakalpaka appesa allo specchietto retrovisore. Poco distante noto un monumento: Ájiniyaz. Chi era costui? Uno dei simboli dell’identità karakalpaka. Un poeta dell’Ottocento che raccontò la sofferenza per la perdita della propria terra, in un contesto storico diverso, ma che sembra attuale più che mai.

La marshrutka è arrivata. Salgo e mi siedo, come sempre, vicino al finestrino. Si parte per vedere ciò che resta di uno dei laghi più grandi del mondo: il lago d’Aral, chiamato anche Mare d’Aral.

La strada è davvero impraticabile. Se fosse stata sterrata, forse sarebbe stata persino più accettabile; in queste condizioni, invece, il viaggio diventa difficile. A rendere tutto più critico è l’autista, che non si lascia minimamente intimorire: anzi, accelera sempre di più. Buche prese a tutta velocità, sorpassi pericolosissimi, scossoni continui: un viaggio sospeso tra ansia e scenari apocalittici. Alla fine, però, arriviamo a destinazione.

L’atmosfera è surreale. L’aria è pesante. Dove un tempo c’era l’Aral, ora si apre un deserto: l’Aralkum.


Il lago d’Aral era uno dei più grandi laghi interni del mondo: un enorme bacino salato alimentato da due fiumi leggendari dell’Asia centrale, l’Amu Darya e il Syr Darya. Il disastro iniziò a concretizzarsi quando l’Unione Sovietica decise di deviare gran parte delle acque di questi fiumi per alimentare le coltivazioni intensive di cotone. Privato progressivamente del suo apporto idrico, il lago cominciò a ritirarsi.

La città portuale di Moynaq rimase così, poco alla volta, senza acqua. I pescherecci che un tempo solcavano l’Aral finirono arenati sulla sabbia, mentre un’intera economia locale, fondata sulla pesca e sulle attività legate al lago, venne distrutta. Non fu soltanto un disastro ambientale ed economico, ma anche identitario: per il popolo karakalpako, l’Aral non era solo una risorsa naturale, ma un elemento centrale del proprio paesaggio storico e simbolico, quasi come il monte Ararat per gli armeni.

Ma la catastrofe non si fermò al ritiro delle acque. Dal fondale prosciugato nacque l’attuale deserto, l’Aralkum, carico di sale, residui agricoli, fertilizzanti e pesticidi utilizzati durante l’epoca sovietica. Il vento cominciò a sollevare queste polveri contaminate, disperdendole nell’aria e aggravando le condizioni di salute delle popolazioni locali, con problemi respiratori, malattie croniche e un generale deterioramento della vita in tutta l’area.

Il lago d’Aral è così diventato uno dei simboli più estremi della violenza esercitata dalla pianificazione sovietica sulla natura: un’intera geografia sacrificata all’ossessione produttiva, al cotone, alla conquista tecnica del territorio.

Una violenza sulla natura che il potere sovietico esercitò spesso senza freni, rievocando il celebre monologo di Andrej Tarkovskij in Sacrificio, in cui il protagonista si scaglia contro la tecnica e contro la sopraffazione dell’uomo sul mondo naturale.

L’uomo si è sempre difeso, sempre. Si è difeso dagli altri uomini, dalla natura, e ha costantemente violentato la natura. Il risultato è una civiltà fondata sulla forza, sulla sopraffazione…”

Lago d’Aral 1977 – Lago d’Aral 2024

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