Da Beyneu, Kazakistan, a Kungrad, Karakalpakstan: una tormentata notte di frontiera tra cani antidroga, venditori ambulanti e odori mistici

Sono le tre di notte del 19 ottobre 2024, mi trovo a Beyneu, una cittadina del Kazakistan rurale; sto salendo sul treno che mi porterà a Kungrad, nell’isolata Repubblica autonoma del Karakalpakstan. Il controllore all’ingresso controlla il mio biglietto, dopodiché mi chiede il passaporto, che trattiene con sé mentre mi intima di salire.
C’è gente ovunque, in ogni angolo, e il mio zaino è davvero ingombrante, ma non quanto le case trasportate a mano da alcuni karakalpaki o uzbeki. Dopo diverse strattonate riesco finalmente a raggiungere il mio posto. Non ci sono cuccette chiuse: mi trovo in terza classe; è tutto aperto, ci sono posti stipati in ogni angolo. Salgo con difficoltà sul mio lettino, mi distendo: sento e vedo il caos prendere forma, per poi trasformarsi, solo parecchie ore dopo, in un ordine provvisorio. Mi rassicuro e respiro, chiudendo gli occhi, sperando di dormire. Arrivano le lenzuola da stendere sui lettini; ricomincia il caos.

Dopo essere riuscito a sistemarmi, sembra che finalmente si possa dormire, anche perché sento partire il treno; tuttavia il peggio deve ancora venire, e non saranno sicuramente gli odori particolari o il russare di massa a minacciare la mia stabilità mentale, bensì la frontiera, anzi le frontiere imminenti.
Il treno si ferma: stiamo uscendo ufficialmente dal territorio kazako. Apro le tendine e vedo fuori la polizia di frontiera con i cani antidroga: controllano con una torcia sotto le rotaie. Allo stesso tempo mi sento toccare la spalla; mi giro di scatto: è il controllore, che mi indica di seguirlo e di lasciare lì lo zaino. Scendo dal mio letto e lo seguo. Mi porta alla testa del vagone, dove c’è un ufficio improvvisato attorno a un tavolo. C’è una fila non indifferente. Con gli occhi stanchi mi appoggio su una scaletta; mi sento prendere la mano; mi volto: è una signora che tenta di parlarmi con un idioma a me sconosciuto. Intuisce che non sto capendo molto di quella conversazione, allora inizia a parlare a gesti: indica sua figlia al suo fianco e poi l’anulare della mano. Rido e anche loro lo fanno. Mi allontano da quell’amore di contrabbando perché è quasi arrivato il mio turno. Ed eccomi qui, dinanzi a quest’uomo in uniforme: mi osserva, sfoglia il mio passaporto e mi appone il timbro di uscita dal Kazakistan. Torno al mio posto, non prima di aver salutato la mia futura moglie.
Sono le cinque di mattina e finalmente si riparte; si riparte nella terra di nessuno, ovvero nello spazio che intercorre tra uno Stato e un altro. Il treno va pianissimo e, dopo solo una decina di minuti, si arriva alla frontiera uzbeka. Qui si ripete tutto, ma in maniera più approfondita. Il controllore ritorna da me e mi indica di seguire due poliziotti di frontiera, i quali mi fanno scendere dal treno e attendere una quindicina di minuti fuori da un ufficio, nel quale mi fanno entrare quando arriva il mio turno.
C’è un tavolo con dietro un’altra guardia di frontiera. Mi fa sedere; mi fa qualche domanda, dopodiché inizia a citarmi nomi di squadre di calcio europee, ridendo. Io ricambio il sorriso. Mi timbra il passaporto in entrata e finalmente posso considerarmi in territorio karakalpako, ma soprattutto posso riposare qualche ora, non prima di aver rimesso tutto nello zaino, dopo che due agenti, in compagnia del loro bel cane antidroga, me lo fanno svuotare completamente per controllare ogni scomparto.
Con l’alba, finalmente il treno riparte, entrando ufficialmente nella Repubblica karakalpaka. E io finalmente chiudo gli occhi, cercando di non far filtrare alcun segnale di luce dal finestrino. Mi risveglio dopo circa venti minuti per via di un baccano incredibile: delle signore con in mano degli snack passano lungo il corridoio urlando, cercando di vendere i loro prodotti. Una modalità di vendita incessante, basata sull’esasperazione dei presenti. Passano e ripassano; urlano facendo strani versi; e in quel momento mi arrendo ufficialmente: mi alzo, mi metto seduto e guardo fuori dal finestrino. Un sole timido inizia a illuminare il deserto; vengo però distratto, improvvisamente, dalla vibrazione del mio telefono. Un messaggio mi avvisa: “Benvenuto in Uzbekistan”.
Ma io non sono in Uzbekistan. Sono nell’epica, leggendaria Repubblica autonoma del Karakalpakstan.
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