La spedizione di tre giorni verso l’edificio brutalista più iconico del panorama post-sovietico

Il sedici gennaio del 2025 moriva David Lynch, un cineasta in grado di segnare intere generazioni con i suoi incubi messi su pellicola. Quel giorno, insieme a degli amici, ero In Heaven, volando tra le nuvole, in attesa di iniziare la spedizione verso l’edificio sovietico brutalista più iconico di tutti: il monumento di Buzludzha.
Ricordo che quel mattino il cielo era accecante, e dal finestrino dell’aereo dovetti, per forza di cose, indossare dei dark glasses per guardare quel luminoso futuro che si spandeva oltre le nuvole; ma non appena atterrammo a Sofia, il mondo divenne in bianco e nero: il cielo di cemento, la terra di calcinacci.
L’unica forma di resistenza verso quel grigiore meccanico e la fatiscente realtà che si presentava ai nostri occhi, erano i colori dorati e accecanti delle cupole delle chiese ortodosse, che si ergevano nel cielo, mostrandosi come dei fari da poter seguire e tenere d’occhio nei momenti di smarrimento.
Solo dopo mille tentativi riuscimmo a trovare la casa dove saremmo dovuti restare la notte: era completamente avvolta dal degrado. Un androne di accesso in rovina, introduceva un cortile condiviso con altre abitazioni completamente pieno di robaccia e spazzatura, e dirimpetto all’entrata c’era la nostra casa, che era senza alcun dubbio quella più decadente tra le presenti; tuttavia, riverberava nella mia testa l’idea che un libro non si giudicasse mai dalla copertina. Malgrado questa speranza che si innescò come forma di sopravvivenza, capii di sbagliarmi e che il contenuto fosse persino peggio della copertina non appena la porta venne spalancata: un’abitazione decisamente logora, che aveva una pendenza visibile a occhio nudo; le finestre e le porte non erano chiuse ermeticamente, al punto che gli spifferi di quel vento gelido entravano colpendoci come pugnalate. Insomma, c’erano tutti i presupposti affinché i malumori si manifestassero, ma, almeno io, accettai tutto questo per il fatto che fossimo lì per omaggiare uno degli edifici più brutti e degradati al mondo. E come non accettare di vivere nel brutto se sei lì per omaggiarlo?
Per il mattino successivo avevamo assoldato un driver locale per i molti chilometri da fare, ma soprattutto per via delle massicce nevicate che si stavano verificando nel paese, al punto che la spedizione sarebbe potuta fallire a causa delle strade impraticabili.
Partimmo di primo mattino, con la speranza di riuscire ad arrivare in questo luogo esoterico dal nome impronunciabile.
Il viaggio fu inizialmente difficile: forti raffiche di vento ci spostavano da una corsia all’altra, le strade, a tratti, completamente impraticabili; tutto lasciava presagire che la spedizione sarebbe fallita, anche perché il monumento si trovava a più di 1500 metri di altitudine. Tuttavia, contro ogni aspettativa, ci fu un evento, a tratti iniziatico, che ci spianò la strada verso il nostro obiettivo.
Una galleria, lunga non più di tre chilometri, che bastò per trasbordare i nostri corpi nell’altrove. Non appena ne uscimmo, il tempo mutò magicamente: le nuvole erano sparite e il sole imperava come una divinità. La galleria come un portale per raggiungere la Loggia Bianca di Twin Peaks. La galleria come un sipario che ci apriva a un contesto completamente differente, pieno di luce e privo di ostacoli.
Riuscimmo così, finalmente ad arrivare, con il cielo più splendente di sempre, sul monte che ospitava il famigerato e impropriamente chiamato UFO sovietico.
Parcheggiammo a un chilometro di distanza, il restante lo dovemmo percorrere affondando le nostre scarpe non adatte in quel mezzo metro di neve depositato sulla terra. Ce l’avevamo dinanzi agli occhi: maestoso, immenso, sublime e al tempo stesso orripilante. Il segno distintivo dell’arroganza sovietica: la supremazia dell’uomo sulla natura: il monumento di Buzludzha.

La casa monumentale del partito comunista bulgaro, ovvero il vero nome di questo edificio. Venne costruita negli anni Settanta e ci volle una notevole quantità di esplosivo per livellare la cima della montagna e poggiarvelo sopra, la quale perse persino diversi metri di altitudine per via del livellamento. Un’opera monumentale volta a commemorare gli eventi del 1891, quando un gruppo di socialisti si riunì segretamente nell’area per formare un movimento socialista organizzato.
Dopo aver gironzolato attorno e scoperto che non saremmo potuti entrare a vedere gli ancora rimanenti splendidi mosaici interni per via della porta chiusa con il catenaccio, decidemmo che era ormai arrivata l’ora di salutare il gigante per dirigerci nella vicina cittadina di Plovdiv, dove il giorno successivo avremmo preso il treno che ci avrebbe riportato a Sofia. E quel giorno non tardò ad arrivare, anche perché di cose da fare in quella piccola città, soprattutto la sera, ce n’erano ben poche, e se c’erano, non si lasciavano scoprire facilmente.
La fronte poggiata al finestrino del treno; nelle cuffie A Forest dei The Cure: guardavo fuori: ciminiere industriali altissime, fabbriche abbandonate, erbacce che ricoprivano strutture di cemento, un sole filtrato da una nebbia sottile: come ci fosse uno specchio in quelle rovine; e proprio in quel riflesso riuscivo a riconoscere le mie rovine interiori: la più alta forma di libertà individuale: dannosa, primordiale ma necessaria. È nei luoghi abbandonati, tra le rovine, che si trova la libertà; nei luoghi non abbandonati c’è lo spazio determinato, nemico storico degli uomini liberi.
Uscimmo dalla Loggia Bianca di Twin Peaks, ripercorrendo a ritroso la galleria mistica, parallela a quella stradale fatta all’andata, ponendo così fine a quella spedizione così breve e così intensa, in quel luogo simbolico, specchio di me stesso: inospitale, freddo, decadente.
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